Jalandhara bandha

I grandi maestri ci indicano jalandhara bandha  come il primo bandha ad essere insegnato in una classe di praticanti. Il suo significato deriva da jalan che vuol dire rete + dhara corrente o flusso, quindi possiamo intenderlo come la chiusura che controlla la rete di nadi nel collo. Attraverso la chiusura della gola si blocca il nettare che da bindu scende verso vishuddi chakra ed in tal modo il prana viene diretto verso i centri vitali situati nella colonna vertebrale, la quale è eretta durante l’esecuzione. La forma completa di jalandhara bandha comprime i seni carotidei che sono le principali arterie del collo, mentre quella semplificata esercita solo una lieve pressione delle parti suddette. Il risultato è il rallentamento del ritmo cardiaco ed un aumento della ritenzione del respiro, che porta ad un rilassamento mentale e ad una via per volgere lo sguardo all’interno. Questo bandha può essere eseguito con ritenzione interna p esterna, l’importante è che non vengano superate le proprie capacità. In base a quando detto fin ora possiamo quindi dire che la sua localizzazione fisica è sulle fossette della gola e sulla ritenzione, mentre quella energetica è principalmente su vishuddi chakra.

Nell’Hatha Yoga Pradipika (III, 70-71) e nella Yoga Shudamany Upanishad (51) troviamo degli sloka che forniscono informazioni dettagliate sulla tecnica di esecuzione, personalmente vi fornisco anche le indicazioni di alcuni maestri che hanno avuto modo di unire l’esperienza allo studio.

Swami Satyananda ci propone due modalità di esecuzione:

  1. Posizione seduta con colonna vertebrale eretta e mani sulle ginocchia corrispondenti. Inspirare lentamente ed a polmoni pieni trattenere il respiro piegando il capo in avanti e premendo il mento contro il torace. Raddrizzare le braccia e sollevare le spalle verso l’alto ed in avanti bloccandosi nella posizione fino a quando non ci sarà necessità di espirare. Prima di far fuoriuscire l’aria dai polmoni assicurarsi di essere ritornati nella posizione iniziale.
  2. Posizione seduta con colonna vertebrale eretta. Inspirare lentamente ed a polmoni pieni trattenere il respiro chinando in avanti la testa, in questo modo il mento comprimerà il collo.

Andre Van Lysebeth nel suo libro fornisce queste informazioni:

  1. Inspirare lentamente, trattenere l’aria e deglutire. La deglutizione viene utilizzata per “sfruttare” la contrazione dei muscoli della gola, i quali dovranno rimanere bloccati in questi modo, successivamente portare il mento nello sterno. Di fondamentale importanza è anche lo stiramento delle vertebre cervicali per la compressione del collo.

Nella mia esperienza personale posso dirvi di aver praticato principalmente secondo la modalità descritta da Van Lysebeth. Per quanto riguarda quella descritta al punto due di Satyananda mi viene da pensare che si possa riscontrare in alcune asana dove il mento comprime il collo, ad esempio sethubandasana o sarvangasana.

Secondo Desikachar questo band ha coinvolge il collo ed il tratto superiore della spina dorsale. La colonna vertebrale deve essere il più possibile dritta e la nuca deve essere tesa verso l’alto, solo dopo è possibile rientrare il mento. Durante le mie lezioni, per far capire come deve essere posta la testa, ho l’abitudine di lasciare spazio all’abitudine. Alle persone che praticano gli faccio immaginare un filo che parte sopra la noistra testa, tirando lentamente ci porta verso l’alto la parte posteriore mentre il mento si rivolge allo sterno… Ho notato ce molti hanno preso la strada giusta! 🙂

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